Crea sito

Il Rinascimento alla pugliese lungo le antiche vie del mare

È recente l’ interesse degli studiosi alla scultura del Quattro e Cinquecento in Puglia, un argomento che solo sino a qualche anno fa sarebbe sembrato, letteralmente, inaffrontabile. Non fosse altro che per la quasi totale mancanza – almeno così si riteneva – di “materiali” e per la sprezzante severità con la quale li si giudicava. Si salvavano dall’oblio e dalla generalizzata disistima pochi pezzi d’ importazione, tra i quali il busto marmoreo di Francesco II del Balzo – oggi nel Museo diocesano di Andria ma proveniente dalla chiesa San Domenico della stessa città, quasi concordemente attribuito a Francesco Laurana – e il polittico ligneo della chiesa Santa Maria alle isole Tremiti, importato da Venezia. Altri, ugualmente degni di considerazione – come il mausoleo di Angela Castriota Skanderbeg nella chiesa di santa Sofia a Gravina o la statua di San Michele Arcangelo nella grotta dell’ omonimo santuario garganico – hanno continuato invece a rimanere, sino a epoca recentissima, nell’ombra. Sarà che da qualche anno è in atto uno scavo sistematico di chiese e palazzi di Puglia che ha portato alla scoperta, se non alla considerazione critica, di centinaia di statue, gruppi presepiali, ornamenti plastici per lo più in pietra policromata e dipinta; sarà che il concetto di “bene culturale” ha avuto come conseguenza inevitabile l’ allargamento delle maglie rispetto a ciò che suscita l’ interesse degli storici dell’ arte, sino a comprendervi anche quegli oggetti che non si inserivano nelle storiche e accreditate categorie di “romanico” (l’ innegabile gloria della Puglia) e di “barocco”, leccese o salentino che sia; saranno i numerosi e recenti interventi di restauro su sculture pugliesi del Quattro Cinquecento, che hanno rivelato in molti casi inaspettate qualità: certo è che oggi la situazione, per quanto ben lungi dall’essere chiarita in tutti i suoi aspetti, merita comunque un’ attenta riflessione e può dar luogo già a qualche prima conclusione. E siccome la realtà supera quasi sempre la fantasia, essa appare, a un occhio spregiudicato, molto più articolata e ricca di connessioni di come si potrebbe immaginare. Chi pensava che la Puglia nel Rinascimento fosse tagliata quasi del tutto fuori dai circuiti culturali più aggiornati, dovrà probabilmente ricredersi dinanzi alla fitta rete di rapporti culturali che nel Quattro e Cinquecento vede al centro la regione: una rete nella quale sicuramente il Veneto e l’ Adriatico in genere hanno un ruolo preponderante, tanto che si è parlato di una vera e propria koiné culturale che accomuna le sponde di quel lungo e stretto bacino d’ acqua – l’ Adriatico, appunto – che sino al Settecento verrà non a caso chiamato “golfo di Venezia”. Nonostante le ricorrenti incursioni di pirati e Turchi ottomani, attraverso la facile via offerta dall’acqua, e sull’onda delle mercanzie di lusso come seta, spezie, pietre preziose, giungevano in Puglia anche dipinti, statue, oggetti d’ arte santuaria, quando non artisti e iconografi. Venezia e l’ Adriatico si fanno tramite anche degli echi nordici e oltremontani che affiorano per esempio dalle tante Pietà (le celebri Vesperbilder tedesche) diffuse lungo la costa anche da maestri e scalpellini nordici girovaganti: Pietà delle quali sopravvivono ancora molti esemplari, d’ importazione o realizzati in loco a imitazione di più aulici modelli. Ma quel tratto di mare che separa la Puglia dall’ opposta sponda dalmata e albanese, oggi solcato dalle zattere degli scafisti che vomitano disperati alla ricerca di un futuro migliore, è stato un tempo teatro di scambi e commerci con città che all’ epoca vantavano un rigoglio economico notevolissimo e una civiltà artistica di grande splendore: Ragusa, Traù, Sebenico hanno vissuto la loro stagione più fiorente proprio nel periodo del Rinascimento, quando un maestro come Juraj Dalmatinac (più noto come Giorgio da Sebenico) operava tra l’ una e l’ altra sponda e un altro come il fiorentino Giovanni Cocari, operoso nel cantiere della cattedrale di Sebenico, approdava sulle coste dell’ isola di Santa Maria alle Tremiti, chiamato dai canonici lateranensi a realizzarvi il magnifico portale dell’ omonima chiesa. Napoli, la grande Napoli angioina e durazzesca, costituisce invece il modello di riferimento della politica culturale dei del Balzo Orsini, soprattutto di quella del potentissimo Giovanni Antonio, principe di Taranto, morto strangolato ad Altamura nel 1463, i cui domini estesissimi suscitavano l’ ammirazione e l’ invidia dei contemporanei. Quando i del Balzo Orsini erigono per sé o per i propri predecessori sepolcri o cenotafi (ne restano nella chiesa Santa Caterina di Galatina, ma altri ve ne erano nella cattedrale di Taranto, senza contare il mausoleo di Maria d’ Enghien nella chiesa Santa Croce a Lecce, distrutto), essi evocano coscientemente i sepolcri angioini e durazzeschi di Santa Chiara a Napoli. I contatti con Napoli andranno progressivamente aumentando: nel 1492 Alfonso di Calabria compirà con Francesco di Giorgio Martini un viaggio in terra d’ Otranto per la ricognizione dei castelli, con al seguito Guido Mazzoni, prorompente personalità di scultore e plasticatore “iperrealista”; nel 1503 la Puglia entrerà a far parte del Viceregno napoletano e gli arrivi di opere da Napoli (dipinti, ma anche sculture), si faranno via via più frequente e determinanti per gli sviluppi artistici della regione. Se a questa trama, già così fitta, si aggiungono i contattiin verità saltuari ma non per questo meno importanticon la Sicilia, si avrà chiaro il quadro di riferimento complesso e sedimentato nel quale si inserisce l’ attività degli scultori locali: da Nuzzo Barba di Galatina, al servizio dei conti Acquaviva d’ Aragona di Conversano (prima Giulio Antonio e poi Andrea Matteo), figure di soldatiumanisti tipici dell’ epoca; a Niccolò Ferrando, anch’ egli di Galatina e attivo ad Otranto e nella città natale; a Stefano da Putignano, che, se non fu forse il più grande scultore pugliese del Rinascimento, fu indubbiamente il più prolifico e copiato; all’ancora misterioso Paolo da Cassano, una personalità di grande livello e qualità delle cui opere è appena iniziato il riconoscimento; a Raimondo di Francavilla, autore del portale della collegiata di Manduria; al cosiddetto Maestro di Brindisi, attivo fra basso Salento e Materano. È difficile a questo punto non fare almeno un cenno alla straordinaria produzione scultorea quattrocinquecentesca sparsa tra Matera e il suo circondario, che sino al 1663 fece parte della Terra d’ Otranto e che va quindi considerato all’ epoca territorio pugliese a tutti gli effetti. Grande protagonista del Rinascimento scultoreo lucano è Altobello Persio, appartenente a una nobile famiglia originaria di Montescaglioso, impresario dell’ arredo scultoreo nella maggior parte delle chiese di Matera e provincia. Con Altobello, e soprattutto col fratello Aurelio, raffinato scultore già allievo di Antonello Gagini a Palermo e in seguito attivo nella chiesa matrice di Castellana, si assiste allo straordinario, inedito innesto di elementi siciliani nella scultura apulolucana del Cinquecento. Un’ area a sé, stilisticamente molto caratterizzata e con forti propensioni “classicizzanti”, è quella del Salento, dove nel Cinquecento si assisterà al passaggio, senza soluzione di continuità, dalla plastica ricca ed esuberante di Ferrando a quella di Gabriele Riccardi, l’ architetto e scultore di Santa Croce a Lecce, che porta alle ultime conseguenze il linguaggio rinascimentale. Dopo di lui, sarà barocco.

CLARA GELAO*

*direttore della Pinacoteca provinciale